una
Speranza a 4 ruote motrici
A
volte è sufficiente un incontro per avvicinare due “mondi”
apparentemente distanti tra di loro, quello rumoroso del
fuoristrada e quello spesso silenzioso della cooperazione verso i
più poveri, il filo che li ha uniti è quello della solidarietà
umana.
Un
filamento tanto sottile quanto robusto che ha trascinato gli animi
di 4 fuoristradisti apparentemente rudi e insensibili in un
viaggio dentro l’uomo.
Così
grazie al contatto con l’associazione Onlus “Giorgio Cerruto”,
la partecipazione ad un gemellaggio iniziato nell’88 fra la
diocesi di Noto e quella di Butembo-Beni, gemellaggio che comincia
a dare frutti concreti, partiamo alla “scoperta” del Congo.
Il
pretesto è dei migliori: prendere contatto con le officine
meccaniche del luogo, spesso usati solo come depositi di
fuoristrada, valutare la preparazione dei meccanici ed entro le
proprie competenze e possibilità, dare suggerimenti utili per
consentire al mezzo una maggiore durata nonostante l’utilizzo
continuo su strade sterrate e dissestate.
A
4500 km da Noto, immerso in una rigogliosissima vegetazione,
esiste un immenso villaggio (Butembo) di 190.000 abitanti, sparsi
su un territorio di migliaia ettari.
Situati
nel “cuore” di madre Africa, vive, attualmente in assenza di
un’organizzazione socio- istituzionale che non sia la Chiesa,
una comunità di uomini che grazie all’aiuto di Essa cerca una
maggiore dignità nel vivere.
Il
nostro si potrebbe anche chiamare, “Viaggio nel passato” perché
è stato un immergersi in una realtà che alle nostre latitudini,
non si vede oramai da tempo.
Ecco
una descrizione del paesaggio: dimore di canne di bambù e fango,
strade non asfaltate, niente rete idrica né fognaria, nuclei
familiari con 7-8 figli a carico, produzione agricola limitata ad
una circoscritta varietà di frutta e ortaggi, pastorizia e
allevamenti rari. Potrebbe sembrare una realtà da evitare,
nessuna obiezione, ma l’incontro umano vissuto con questa gente
ha lasciato un segno indelebile nel nostro bagaglio di vita: un
popolo con una dignità enorme (pur vivendo le difficoltà di una
guerra civile in corso); un popolo cosciente dell’enorme
distanza che lo separa dai Paesi ricchi; ma comunque in cammino;
un popolo consapevole del fatto che il futuro sta nella conoscenza
e per questo mantiene un sistema scolastico ed universitario
strutturato sui nostri modelli; un popolo che non chiede sterili
ed inutili sussidi ma una possibilità per uscire da una povertà
che li avvilisce.
Eppure,
sono questi i luoghi dove aleggia una memoria antica, proprio in
queste regioni è comparso l’uomo. Qui a poche miglia, vi è la
Rift Valley, una zona di debolezza della crosta terrestre che
abbassandosi lentamente darà i natali ad un nuovo mare.
Ed
ancora questi, sono luoghi che godono di una ricchezza
paesaggistica di notevole riguardo trovandosi in prossimità di
montagne del calibro del Ruwenzori (5109 m. s.l.m.) e di parchi
come il “Virunga” da tempo riserva protetta all’interno del
quale vivono gli ultimi esemplari dei “Gorilla di Montagna”,
ancora studiati e seguiti dalla Fondazione che prende il nome
dall’etologa inglese Dian Fossey.
Per
non parlare infine della ricchezza del sottosuolo che, disponendo
di giacimenti minerari di oro, diamanti, quarzo, uranio, coltan
ecc. avrebbe tutte le potenzialità per diventare uno stato ricco.
Ma
nessuna di queste peculiarità ha dato mai a questa regione quel quid
tale da permettergli di affrontare il futuro con un altro spirito.
Anzi paradossalmente, le ricchezze sono state il motivo del loro
status quo. Infatti ha attirato l’espansionismo coloniale di
paesi come Belgio e Francia dal cui dominio solo alla fine degli
anni ’60 è riuscito a liberarsi. Oggi le diverse fazioni armate
imperversano nel paese cercando di controllare (anche per conto di
altri) tali miniere, che da potenziale ricchezza si sono
trasformate in motivo di crisi, politica e non solo.
Comunque
forse è meglio che non si sparga più di tanto la voce di tali
ricchezze, immaginate se Bush un giorno decidesse di sopprimere la
guerra civile in Congo………..
Tuttavia
credo sia del tutto utopico poter ottenere, su scala mondiale, un
tenore di vita identico
al nostro. Ma, mi domando, è possibile che neanche la metà della
popolazione mondiale consumi la maggior parte delle risorse e la
maggioranza muoia di fame (a Butembo 250 bambini ogni 1000 muoiono
al di sotto dei 5 anni di età).
Pensate
però, quante cose un piccolo gruppo di
gente
comune sta facendo per un intero popolo e quanto potrebbe
invece fare l’azione di paesi altamente industrializzati
rinunciando magari alla costruzione di qualche
missile.
Al
termine di questa esperienza è rimasta, credo, la consapevolezza
di aver trascorso dieci giorni di assoluta libertà e serenità
mentre ci assilla l’idea di dovere ritornare alla routine
giornaliera che spesso ci allontana dai veri valori della vita.
Allora chiediamoci: ma chi è “l’africano”?
Salvatore
Belfiore
Deleg.
4x4 Val di Noto