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la Chiesa di Noto in Congo per seminare speranza
La strada del ritorno lungo i monti Mutumba, catena del
Rwuentzori, che porta verso la valle del Graben al confine tra
la Repubblica democratica del Congo e l’Uganda, è polverosa e
piena di grosse buche che fanno rimbalzare le valigie dentro
l’autobus che conduce la delegazione netina a Entebbe. Si
viaggia in silenzio per la stanchezza accumulata in otto giorni
di visite ai villaggi e alle parrocchie della diocesi di
Butembo-Beni, sotto il controllo dell'esercito regolare
congolese. "Il fenomeno militare dei May May, il gruppo
nazionalista ribelle – spiega don Wamberechi Bilongo, congolese,
da nove anni a Noto - va sempre più ad affievolirsi. La maggior
parte di loro, dal 2006, data dell'approvazione della nuova
costituzione e delle elezioni democratiche, ha accettato di
entrare nelle milizie governative" ma gli strascichi della
guerra sono ben visibili per i presidi militari nei valichi di
frontiera e lungo tutto il percorso così come sul ponte del
fiume Semuliki. Pochi metri di ferro largo appena il necessario
perché ci possa passare un autobus, presidiato su entrambe le
sponde da soldati dell'esercito. A 50 chilometri c'è il confine
con l'Uganda, ancora labile se dalla parte congolese è così
forte la necessità di controllarlo armati fino ai denti. Qui la
guerra è scoppiata nel 1998 e si è protratta fino al 2003 con
conseguenze catastrofiche: più di un milione di morti,
moltissimi senzatetto, niente istruzione per i bambini, un gran
numero di stupri e violazioni dei diritti umani, impunità per i
delinquenti, reclutamento di bambini soldato, distruzione delle
infrastrutture e impoverimento della popolazione. In
particolare, il Nord Kivu dal 2007 è teatro di violenti scontri
fra le forze armate della Rdc (Fardc) e i soldati insorti
alleati di Nkunda, congolese di etnia tutsi che rivendica la
neutralizzazione dei ribelli hutu ruandesi nella Rdc perché
avrebbero partecipato al genocidio del 1994, ed esige il ritorno
di circa 46mila tutsi congolesi rifugiati nei Paesi vicini. "In
questo contesto, la vostra visita - ha detto il vescovo di
Butembo-Beni, monsignor Sikuli Paluku Melchisedech, rivolgendosi
al vescovo di Noto, Mariano Crociata e alla delegazione che lo
accompagnava, otto sacerdoti e quaranta laici - rappresenta per
noi un segno concreto di speranza. Vi ringraziamo perché anche
in questa occasione non ci avete abbandonato e siete venuti a
trovarci, come pure negli ultimi dieci anni di guerra che hanno
devastato il nostro Paese, distrutto i nostri villaggi, ucciso
la nostra gente. Proprio nei giomi dell'incontro con la Chiesa
gemella in Africa, il pensiero della popolazione va alla
Conferenza di pace che si è aperta il 6 gennaio a Goma, voluta
dal presidente Joseph Kabila con la partecipazione dei
rappresentanti politici e dei delegati dei diversi gruppi armati
attivi nella regione. Qui, denuncia la Chiesa locale, la guerra
è soprattutto economica. Una conseguenza dello sfruttamento
della ricchezza della terra da parte delle multinazionali. La
Chiesa è l'unica istituzione presente che si impegna ad aiutare
a livello culturale e materiale le comunità e ad accompagnare il
processo di riconciliazione e perdono. Un impegno che a
Butembo-Beni è portato avanti anche grazie al legame esistente
con la diocesi di Noto. "Il gemellaggio che da venti anni unisce
le nostre due Chiese con questa visita viene rinnovato - ha
detto monsignor Crociata. Ci impegniamo di nuovo con tutto il
cuore a portarlo avanti verso una realizzazione piena. Siamo due
Chiese che scambievolmente si danno da fare l'una per l'altra".
Tra i frutti di questi venti anni di gemellaggio, infatti, ci
sono molte scuole, ospedali per l'infanzia e iniziative di
adozioni a distanza. "Opere il cui valore va al di là delle
costruzioni materiali, spiega Crociata, come il Centro
nutrizionale ''Giorgio Cerruto" con l'annessa clinica pediatrica
e la costruenda clinica ginecologica "Grazia Minicuccio'', due
frutti importanti del gemellaggio - sottolinea don Salvatore
Cerruto, fratello del giovane agronomo a cui è intitolato il
Centro Nutrizionale - che fanno guardare con fiducia al futuro
dopo periodi drammatici per la gente congolese rimasta spesso
vittima di saccheggi, uccisioni e violenze". "L'esperienza della
missionarietà è inscindibilmente legata con l'apostolicità - ha
detto monsignor Crociata - e questo fatto è strutturale nella
Chiesa. Non c'è una missione personale, privata. La missione è
sempre nella Chiesa, a nome della Chiesa e all'interno della
tradizione che ha un carattere apostolico per impronta
originaria, nella continuità del ministero svolto in comunione
con il vescovo e il collegio dei vescovi attorno al Papa". Solo
nel villaggio di Lukanga, il più vicino alla foresta, si avverte
una povertà quasi spettrale. "Eppure anche qui l'accoglienza
alla delegazione diocesana è stata festosa - commentano Rosa e
Giorgio Ruta, della Pastorale familiare di Noto - come già nei
villaggi di Kasindi, Mutwanga, Bingo, Luotu e Magheria, dove le
case sono capanne di fango e paglia, e nelle città di Beni e
Butembo". Nei canti e nei balli della gente non c'è tristezza.
Solo la gioia di accogliere chi viene a condividere questa
povertà. Tra le tappe, anche l' Università Cattolica del Graben,
il cui ex rettore, don Apollinaire Malu Malu ha presieduto la
Conferenza di Goma conclusasi con un accordo di pace per il Kivu
a due giorni dalla partenza per l'Italia.
Laura
Malandrino (da
Avvenire del 03/02/08) |
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