nella
Diocesi gemella continua l'emergenza
Butembo
Beni, 16 gennaio - 1 febbraio 2006.
"Holelè
wazungu!" (buon viaggio bianchi!), urlano i bambini lungo il
ciglio della strada al passaggio del vecchio autobus della
diocesi di ButemboBeni che porta i visitatori netini da
Kasindi, linea di confine tra l’Uganda e la Repubblica
democratica del Congo, fino alla città di Butembo, sede
vescovile della Chiesa locale, nel nord est del Kivu, nella
Regione dei Grandi Laghi. Corrono a piedi nudi sulla terra
rossa con piccole zappe nelle mani e magliette strappate. Alcuni
portano carichi di pietre sulla testa, mentre le bambine
accudiscono i neonati che tengono legati stretti alla schiena
con un pezzo di stoffa colorata.
Il
percorso seguito dal mezzo è una strada dritta lungo la linea
dell'Equatore attraverso la savana e la foresta vergine. I centri
abitati, che in Congo sorgono tutti rigorosamente lungo il ciglio
delle strade, sono villaggi con capanne di canne e fango, e paglia
sui tetti. Un pezzo di Africa tutto mani alzate di bambini, strade
sterrate e polverose e un ponte di amicizia e solidarietà che
lega la diocesi africana di Butembo Beni alla Chiesa siciliana
di Noto. In questo Paese, dove lo Stato non esiste e l'unica
istituzione che si occupa della gente è la Chiesa, diciotto
anni fa fu siglato il gemellaggio tra il vescovo netino Salvatore
Nicolosi e l'allora pastore Emmanuele Katalico, rilanciato nel
2000 in occasione della visita a Butembo Beni del nostro vescovo,
monsignor
Giuseppe Malandrino,
al fratello congolese Sikuli Melkisedech. Una spietata guerra civile
dall'agosto del 1998 tormenta il Paese. Un conflitto che,
nonostante gli accordi di pace e l'avvio della transizione democratica,
in sette anni ha provocato quattro milioni di morti, quasi il
cinque per cento dell'intera popolazione. Eppure non ancora
abbastanza per far muovere concretamente la comunità
internazionale, che pure in questo Paese è presente con il
contingente della Monuc: (Missione Onu in Congo). Il fatto è
che di questo pezzo di Africa si parla solo per sottolinearne le
ingenti risorse di rame, oro, diamanti, petrolio, uranio, e coltan
(cobalto e tantalio). Della gente che muore, e dei suoi figli,
invece, si sa poco.
Mentre
il 24 gennaio scorso Papa Benedetto XVI a conclusione della
visita "ad limina apostolorum" invitava i vescovi
della Repubblica democratica del Congo a continuare il loro
impegno per favorire la pace e la fratellanza, per esempio, nel
parco di Garampa morivano otto caschi blu che si sono aggiunti
ad un altro soldato Onu ucciso in uno scontro a fuoco il giorno di
Natale dello scorso anno, a circa duecento chilometri a nord di
Goma.
Rivolgendosi
ai vescovi congolesi il Papa li ha incoraggiati «a restare
vigilanti per accompagnare i progressi in corso». Nonostante
saccheggi nei villaggi e massacri di uomini, donne e bambini
siano ombre ancora davanti agli occhi, questa gente rimane genuinamente
accogliente, ricca di fede e fiduciosa nei confronti della
Chiesa, considerata unico vero baluardo per milioni di persone.
Coraggiosa nel denunciare le violenze, infatti, non manca di
invitare gli attori politici locali a dare prova di responsabilità.
Nella
spianata di Butembo, nel giorno dell'ordinazione di due nuovi
sacerdoti diocesani, davanti a migliaia di persone il vescovo
Melkisedech raccomanda ai suoi fedeli di votare con coscienza alle
prossime elezioni, che di certo si terranno entro giugno.
«La
situazione è ancora molto difficile - spiega sceso dal pulpito
- anche se personalmente nutro grande speranza. Il fatto
che più del sessanta per cento della popolazione abbia votato la
nuova Costituzione, infatti, è un buon segno. Quello che
adesso ci aspettiamo è che la comunità internazionale continui a
sostenerci senza ambiguità e francamente, perché la gente non
è cieca».
Per
capire a cosa si riferisce il vescovo basta guardarsi intorno e
riflettere sui sette milioni di dollari che ogni giorno le
multinazionali guadagnano commerciando le materie prime di
questo Paese, un vero e proprio forziere a cielo aperto.
Partiamo
dalla casa dei Padri assunzionisti di
Entebbe
(Kampala) alle tre di notte,
l'arrivo a Butembo dopo diciassette ore di cammino. Lungo la
strada posti di blocco di soldati armati. All'ingresso della
città ci sono quattro lampioni, ognuno molto distanziato
dall'altro lungo il viale che porta alla sede provvisoria del
Comune. Poi il buio, interrotto ogni tanto dal bagliore dei lumi a
petrolio nelle case e nei centri commerciali dove la gente non
si ferma mai, «Qui tutta l’economia ruota intorno al mercato»,
spiega Wamberechi Bilongo, il sacerdote congolese in missione a
Noto dal 1999 che guida il gruppo dei visitatori della nostra
diocesi. Donne e bambini trasportano sulla testa ceste di mango,
avocadi, ananas e caschi di banane. Gli uomini, ma solo i più
fortunati tirano a mano una bicicletta da passeggio, dal sellino
anteriore a quello posteriore carica di sacchi contenenti farina
di manioca, fagioli e piselli. La maggior parte si accontenta di
una “zucudu", una sorta di bici di legno senza sellino,
solo una lunga tavola con un manubrio, che scivola a terra grazie
a una piccola ruota. Per una vera bicicletta ci vogliono
sessantacinque dollari, troppo per una famiglia che al mese ne
guadagna al massimo venti in un Paese dove un chilo di formaggio
ne costa tre, e mezzo litro di acqua potabile duecento franchi
congolesi, quasi mezzo dollaro. E allora la popolazione cammina
a piedi, e in un giorno un congolese può percorrere fino a
trenta/quaranta chilometri di strada.
Il
nostro viaggio prevede tappe presso le parrocchie al sud e al
nord di Butembo: fino a Kamandi, verso Kanyabayonga e Goma,
attraverso i villaggi di Katwa, Lukanga, Mulo, Lubero, Mbingi e
Luofu, lungo il parco Virunga; e
fino
a Kasana attraverso Maboya, Beni, Mbau e Oicha verso il nord, al
confine con Bunia, città dell'Ituri ancora oggi martoriata
dalla guerra civile tra le etnie Hema e Lendu. Qui, dove accanto
ai dodici mila poveri della parrocchia di padre Kamaliro
Bonaventure ci sono i campi dei quindicimila rifugiati, si vedono
ancora i segni lasciati dai ribelli ugandesi: campi spogli, nessuna
capra e solo qualche chioccia. Loro, sono rientrati nella foresta
il 24 dicembre scorso, due settimane prima della visita dei
fratelli netini. A questa gente non arrivano aiuti dalla comunità
internazionale. «Quando qualcuno viene, assiste solo i
rifugiati - racconta padre Kamaliro - la vita dei locali è
diventata terribile». Anche al sud c'è molta povertà. Per
questo la Chiesa di Noto consegna al vescovo Melkisedech un
contributo economico per la costruzione di una strada, al fine di
collegare alcuni centri abitati al lago Edoardo, unica fonte di
pesca per oltre quattrocentomila abitanti. Diciotto chilometri
sono già percorribili in automobile, ma ne mancano altri quindici
per raggiungere la riva dei lago. Gli abitanti di Kamandi vi
lavorano da un paio d'anni grazie alla guida di padre Enric,
missionario olandese che vive nel villaggio da quarant'anni. Ma
zappe e maceti non bastano più per andare avanti. Ora ci vorrebbe
una ruspa per superare la barriera di un masso di pietra durissima
grande quanto un palazzo. Ad oggi al lago ci vanno le donne.
Anche quelle con il pancione. Due ore a scendere e quattro a risalire
con le ceste piene di pesce sulla testa. Anche qui, come in tutto
il Kivu, i bambini hanno l'addome gonfio. «I nostri figli
soffrono di malnutrizione», spiega Symphorose Kavora Kahindula,
responsabile del Centro nutrizionale della diocesi intitolato
"Giorgio Cerruto", frutto del gemellaggio con la Chiesa
di Noto. Organo dell'Università Cattolica del Graben, che ha sede
a Butembo, il Centro si pone come obiettivo la cura, la
prevenzione e la ricerca scientifica, allo scopo di rendere
possibile un approccio interdisciplinare al complesso problema
della fame che non riguarda solo la scarsa produzione agricola,
ma che presenta risvolti di ordine culturale politico ed
economico. Dopo tre anni di attività, il Centro - che funziona
come opera caritativa - è diventato un punto di riferimento per
le mamme di Butembo e dei villaggi vicini. La capacità di
ricovero è di trenta/quaranta persone, ma in tanti vi si recano
quotidianamente per fare assistere i propri figli. Come spiega
Symphorose «il problema più grande è riuscire a pagare il
lavoro degli undici infermieri e dei quattro medici che operano
nella struttura. Quello di cui tutti viviamo, infatti, è solo la
carità delle famiglie che portano i bambini. Non esiste stipendio,
e la maggior parte di quelli che hanno bisogno del nostro aiuto
sono poverì». Il funzionamento si basa su due principi:
assistenza sanitaria ai ricoverati, e formazione ai genitori.
Per questo a disposizione del Centro nutrizionale ci sono 120
ettari di terreno dove sono organizzate lezioni alle mamme sui
sistemi di coltivazione dei prodotti orticoli. Come incentivo
per fare un corso completo di sette settimane, viene donata una
zappa e affidata una parcella di terreno.
«Nel
novembre del 2005 siamo stati individuati come punto di
riferimento per portare aiuti sul territorio anche dalla Fao, e
da dicembre dall'Unicef - aggiunge Symphorose. In particolare,
la Fao invia ogni tre mesi da venti a venticinque tonnellate di cibo,
mentre l'Unicef fornisce 845 chili di latte ogni mese. Una parte
è destinata al Centro, il resto viene distribuito alle famiglie
della zona, circa trecento. Per limitare i danni dei saccheggi che
ancora la nostra gente continua a subire per mano dei ribelli,
consegniamo i viveri a piccole porzioni. Si tratta di mais,
piselli, olio vegetale e soia».
Proprio
dal vicino Centro nutrizionale viene il primo paziente della
nuova clinica pediatrica, anche questa frutto dei gemellaggio,
ricoverato lo stesso giorno dell'inaugurazione. Si chiama Joel e
ha cinque anni. Indossa solo una maglietta bianca, ha braccia e
gambe magrissime e l'addome gonfio a causa della malnutrizione.
Tiene gli occhi socchiusi e respira con affanno. Accoccolato nel
grande letto con la spalliera metallica e le lenzuola bianche
sembra ancora più piccolo. Ad assisterlo ci sono mamma Kavù e
papà Kimera, entrambi trentenni. Con loro anche Mbusa, la
sorellina più piccola di Joel Kaseka Kambalo, mentre a casa, al
villaggio, ad accudire gli altri tre fratelli è rimasta Kahindo,
la figlia maggiore che ha solo sei anni. «Joel è stato
ricoverato al Centro nutrizionale perché affetto da una forma
grave di malnutrizione - spiega l'infermiere Kakure MesosyaIya
Potiphar -, ma è stato trasferito nella clinica pediatrica
perché presenta anche una forma preoccupante di malaria con
bronchite ed ha un polmone che sembra non funzionare.
Servirebbero lastre per una diagnosi più precisa, ma le fanno
solo all'ospedale di Matanda». «La speranza più grande che
abbiamo per i nostri bambini è la pace», dice il vescovo
Melkisedech. Accanto a chi muore di malaria e malnutrizione,
infatti, in Congo c'è chi è vittima della guerra, secondo le
ultime stime almeno duecentomila bambini. Li chiamano "kadogo",
in swahili "bambino soldato", hanno da nove a sedici
anni, vivono nascosti nelle foreste e la gente ha paura di loro
perché uccidono e saccheggiano. Dal 2001, anno della sua costituzione,
solo dal Centro di transito e orientamento di Butembo che lavora
per il reinserimento di questi bambini nelle famiglie di provenienza,
ne sono passati più di tremila. Oggi ce ne sono quarantatre.
Ventisette maschi
e'
sedici ragazze, oltre a dieci neonati figli della guerra e della
violenza. Come spiega il coordinatore del Centro Gustave Sawa Sawa,
«tutti sono consapevoli delle atrocità che hanno commesso e
molti oggi provano rimorso». Per gli operatori che si prendono
cura di loro i casi più difficili da affrontare sono quelli di
bambini costretti a mangiare carne umana, un fenomeno molto
diffuso tra i ribelli del MLC (Movimento di liberazione congolese)
della zona equatoriale.
Dietro
il cancello rosso, sul ciglio destro della strada di Butembo che
arriva fino all'aeroporto, in una delle sei camerate con cucina
e bagni e docce all'aperto, ad aspettarmi c'è maman Marilic, come
la chiama la sua educatrice Binti. Ha sedici anni ed è arrivata
al Centro tre settimane fa. Porta un vestito a fiori di colore
chiaro con le maniche a sbuffo e un paio di ciabatte bianche.
Ha treccioline cortissime in testa e un sorriso malizioso. Il 2
ottobre del 2003 era diventata "kadogo". Racconta la sua
storia con un po' di imbarazzo. Dice di essere entrata nel
gruppo ribelle dei May-May per disperazione. Aveva perso da poco
la madre, ed aveva subito una violenza di gruppo durante un
saccheggio alla sua casa. Nella foresta tutti i giorni i ribelli
hanno continuato ad abusare di lei. Mi fa vedere il segno di una
ferita da arma da fuoco sul fianco destro. Era una combattente, di
quelle che vanno in prima linea. «Ho fatto la guerra fino al
sesto mese di gravidanza racconta mentre gesticola con le mani e
le braccia. Poi una
mattina all'alba ho deciso di fuggire. E grazie al cielo ci
sono riuscita». Maman Marilic aveva frequentato fino al secondo
anno della scuola secondaria. Parla e scrive correttamente il
francese, e in futuro sogna di fare l'infermiera.
In
Congo, però, solo il cinquanta per cento della popolazione
infantile va a scuola. Un dato, questo, confermato anche da padre
Omero, responsabile delle scuole della parrocchia di Butembo. 1
suoi insegnanti vivono tutti della carità dei genitori degli alunni
che pagano una retta di diciotto dollari l'anno per la scuola
primaria e ventotto per quella secondaria. Una spesa eccessiva per
molte famiglie che devono scegliere di mandare a scuola solo uno
dei figli, o per quelle che devono rinunciarvi del tutto.
Per
i visitatori wazungu le giornate africane iniziano all'alba e
finiscono al tramonto perché fuori dalla Casa delle Suore oranti
c'è il buio e ancora paura della guerra. Tutta la città è
presidiata dalle forze della Monuc, mentre la comunità
diocesana festeggia dedicando agli ospiti cene generose a base
di carne di capra, riso, banane fritte, ananas e mango.
Laura
Malandrino